Gli studi sul rapporto che esiste, da sempre, tra arti ma, in specialmodo, la musica e gli stati di disturbi mentali, sono tanti ed alcuni proficui; se consideriamo la trance, lo stato di coscienza modificato, insorgenza di forme isteriche individuali o collettive in particolari contesti socio-culturali, come disturbi mentali, si assume che discipline generalizzate quali la musicoterapia, teatroterapia ed altre forme demoiatriche legate all’arte dei movimenti, sono rispondenti alle esigenze proposte da determinati disturbi mentali solo in parte.

La musicoterapia, infatti, propone spesso particolari eventi sonori raccolti in ambienti naturali quali il suono prodotto dalle foglie degli alberi mosse dal vento oppure l’acqua di un ruscello che fluisce verso valle, ma questi termini sonori sono stati contestualizzati in terreni culturali diversi da quelli di origine, resi cioè colti, perdendo, in tal modo, l’autoritario significato originario che era in stretto rapporto con la struttura rituale.

Sembra, invece, che la teatroterapia stia andando verso una direzione più utile allo scopo acquisendo, durante il percorso, idee concettuali diverse da quelle apprese finora.

L’apertura della disciplina musicale terapica, all’antropologia e all’etnopsichiatria, fa sì che la tecnica non sia considerata una cura, ma una vera e propria riabilitazione neurofisiologica.

L’esibizione artistica ( canoro-musicale guidata), di soggetti affetti da disturbi mentali, ri-condotta ad uno stato di esibizione rituale, può certamente indurre ad una risoluzione della crisi disturbativa, come suggerisce l’indagine di V.Turner sull’ergotropismo, tipico dei soggetti che consumano energie all’interno del sistema nervoso simpatico portando, alla fine, un potenziamento dell’affetto positivo ed una migliore concezione di sé e del rapporto con gli altri.

Quanto descritto è associabile anche a comportamenti in soggetti psichicamente normali.

Musica, trance, mito, ritualità, danza, teatro, restano i potenti mezzi biologici assegnati a tutti gli esseri umani, per spiegare, governare e ricondurre a migliore stato, avvenimenti infausti che possono condurre a stati di disturbi mentali e che diventano un mondo altro da penetrare, comprendere cioè l’accaduto, esclusivamente attraverso una causa generata dal cosiddetto pensiero causale, attività neurale, questa, obbligatoria.

Nel definire il rapporto che intercorre tra musica e disturbo mentale, ci si rende conto, dunque, di essere di fronte, più che ad un modo codificato, che troppo spesso contiene la sciocca pretesa di risolvere problematiche comportamentali con tecniche pragmaticamente programmate, ad uno strutturato e complesso edificio performativo mentale, che richiede una spiegazione, una interpretazione drammatizzata, ritualizzata che sfrutti ampiamente la multilocalizzazione, tra corteccia cerebrale e lobo frontale, di una mente musicale come la definisce J. Sloboda (il Mulino 1998 ), concentrando l’azione riabilitativa coniugata ad approfondimenti antropologici, etnopsichiatrici e neurofisiologici, in quanto la disponibilità all’arte, quindi alla musicalità innata ed espressa durante una esibizione richiesta ( è il caso di un ospite del DSM ospedaliero che ha recitato delle poesie, ma anche di una donna che alla fine del colloquio ha cantato delle arie attraverso una timbrica ricercata, quella del soprano), rimane sottesa in modo integro, mentre esternamente il disordine appare farla da padrone manifestandosi in disturbi mentali anche notevoli.

Annunci